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Ad Arbus un minorenne denunciato per detenzione di hashish a fini di spaccio


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Storia

ARBUS, villaggio della Sardegna nella provincia d’Iglesias, distretto di Gùspini. Figurava nel medio evo come capo-luogo della curatorìa o dipartimento, o, come ancora fu detto, del giudicato di Colostrài.

È nobile questo paese per aver prodotto il famoso D. Raimondo Garäu, prima professor di pandette nella regia università di Cagliari, poi senatore nel reale senato, e membro del supremo consiglio del regno in Torino, ingegno straordinario, mente prodigiosa, ammirato con merito in quella dominante dai primari personaggi: morì in Genova in età di 56 anni.

Ebbevi pure i natali Pietro Leo, professore di medicina, uomo di profonda perspicacia, e di gran fama, nato a portar più avanti la nobile scienza ed arte che esercitava, del che sarebbe lodato da tutto il mondo al dì d’oggi, se immaturamente non moriva in Parigi nel 1808 per insuperabile nostalgia.

È questo paese di figura allungata, posto sopra una bassa collina, avente dalla parte dell’austro a poca distanza alcune piccole eminenze, altrove dei monti di mediocre altezza.

Il clima e l’aria è ottima: il freddo tollerabile, come il caldo: vi nevica di rado, vi piove però con frequenza: poche volte soffresi l’ingombro della nebbia, e temesi degli effetti dell’elettricità.

Il numero delle case va a 670.

È distante a marcia di cavallo da Gùspini mezz’ora; da Gonnos-Fanàdiga un’ora e mezzo; da Fluminimajore ore 5; da Iglesias, capo-luogo di provincia, ore 10; da Cagliari ore 12.

Vi si esercitano varie arti meccaniche, e vi sono in opera circa 600 telai per tele di varia qualità, e panno forese, di cui si fa grande smercio nei paesi vicini.

Vi è un consiglio di comunità composto di sette soggetti, un delegato, e due scrivani per l’amministrazione della giustizia nel mandamento.

Vi è una scuola normale, dove concorrono da 25 fanciulli.

La chiesa parrocchiale è dedicata al martire san Sebastiano. Governasi da un vicario assistito da tre altri sacerdoti sotto la giurisdizione del vescovo di Ales. Vi sono cinque chiese figliali, una nel paese appellata da s. Lussorio, le altre rurali; una nella regione di Santàdi, distante dal paese ore 8, denominata da s. Antonio di Padova, la cui festività annualmente si celebra nel giorno proprio: l’altra nel Salto-Idda, dedicata alla Vergine d’Itria, dove solennemente festeggiasi; la terza, sotto l’invocazione dei santi martiri Cosimo e Damiano, sita nella regione denominata san Giovanni di Arbus, la cui festa cade addì 27 settembre; la quarta, intitolata da s. Stefano, nel luogo detto Gurzei, ma è già distrutta, come lo è pure altra che nominavasi da S. Sofia. Alle suddette feste concorresi in gran numero da tutti i vicini paesi. Il cimiterio è posto nel centro del paese, è di figura rotonda, e assai capace anche in occasione di grave mortalità; l’anzidetta chiesa di s. Lusso-rio è nel centro. Vi si festeggia in onore di questo santo, e si dà lo spettacolo dei fuochi artifiziali.

Si ha dai registri, che l’ordinario numero dei matrimoni sia circa di 30; delle nascite 105; delle morti 40. La vita si produce anche oltre il settantesimo anno, e alcuni toccano il secolo. La malattia più frequente è la pleurisia. Le famiglie sono in numero di 666; le anime di 2762. Questa popolazione somministra al battaglione di Monreale dei corpi miliziani barracellari soggetti 46.

L’estensione territoriale di questo comune può calcolarsi a miglia qu. 396. Si suol seminare di grano starelli cagl. 3000 (litr. 147,600) che rende il 20 e 25 per uno nelle annate propizie. Si semina a proporzione orzo, fave e civaje.

La dotazione del monte frumentario in grani era di star. 1810, in denaro di lire sarde 4178.2 (fr. 8021.94), ed il fondo presente granatico è di starelli 2250, il nummario per le angustie dei poveri contadini è ridotto a lire 222.6. In anni di fertilità raccoglie questo comune nei quattro detti generi da 200,000 starelli. Di lino se ne fa da 300 cantara (chil. 12,195).

Oltre la cultura dei cereali si attende a quella degli alberi fruttiferi: vi sono già alcuni giardini d’agrumi ben tenuti, e che prosperano maravigliosamente, e ne crescerà senza dubbio il numero, mentre vi sono ancora molti siti a ciò idonei, come per crescere il numero degli orti amenissimi. I peri, noci, fichi, susini, albicocchi, peschi, e molte altre specie in n.° 25 rendono più amene le tenute. Gli olivi vi prosperano come nei siti più a loro natura conformi. Pochi sono i gelsi che si hanno, ma di una meravigliosa vegetazione. Il numero totale degli alberi fruttiferi va a 80,000. Le vigne vengono felicemente, e uve di moltissime varietà distinguonsi nei filari. Si ha perciò una copiosa vendemmia, e comunemente si sogliono imbottare da 3000 màrigas, che sarebbero quartieri 42,000 (litr. 210,000). Un decimo di questa quantità bruciasi per acquavite.

I monti più considerevoli di questo territorio sono Arrìo-Martino, Bau, Nara-Cauli, Zappajòni, Biaxi-Mela, e Roja-Cani, tutti ghiandiferi, dove si portano a ingrassare molte greggie di porci, e si taglia il legname, che serve per gli usi contadineschi. Tra queste selve ed altre restano privi della coltura poco meno di nove decimi di tutto il territorio, che è lo stesso che dire, che della superficie di 396, sole 50 miglia qu. sono coltivate. Quanto terreno rimane per altra popolazione! Le specie più comuni in questi boschi sono quercie, elci, e ginepri.

Le strade per questi monti sono assai incomode, e in molti siti assai pericolose.

Nell’anzidetta montagna di Arrìo-Martino, nel sito che ha nome s’Enna de Aru-melis, accadde un brillantissimo fatto di arme, dove non più di 14 valorosi di questo paese postatisi assalirono e trucidarono circa 400 barbareschi, che ritornavano dal villaggio oggidì deserto di Serru, conducendo seco schiavi al porto di Flumini-majore tutti gli abitanti del medesimo; pochissimi poterono arrivare alle galere ferme del detto porto, un maggior numero sviatosi furono trasportati in Cagliari: così si ha per una ferma tradizione, e riportasi dallo storico Vitale.

Si contano da 400 tanche, dove pascolano tori, buoi, vacche domite, e cavalli, in alcune vi sono piccole selve di quercie ed elci alte più di 28 metri, e grosse 7, e soveri con corteccia grossa 0,25, con dei pioppi, castagni, olivastri, alni, ed alberi fruttiferi.

La pastorizia coltiva le seguenti specie: pecore n.° 4000, capre 5000, porci 800, vacche 2400, tori 600, buoi 1000, cavalle 800, cavalli domiti 300, e un piccol numero di giumenti: il totale dei capi può ascendere 14,800, tenue quantità in confronto alle sussistenze del vastissimo territorio. Le abitazioni dei pastori nella campagna sono temporarie. Come delle granaglie, così del bestiame, e dei prodotti del medesimo se ne fa commercio con i paesi vicini, e principalmente con Cagliari e con Oristano. Si coltivano pure le arnie, e del miele e della cera si ha un nuovo ramo di lucro, che potrebbe crescere a una cospicua somma.

Il selvaggiume è abbondantissimo, ed i cacciatori non devono stentare assai a trovar occupazione fruttuosa. I cervi, daini, cinghiali, conigli, lepri, volpi, e altre specie sono in gran numero. Abbondano pure quasi tutte le specie dei volatili che han nido fisso nell’isola, o che vi passano.

Mineralogia. È questo territorio in una delle tre provincie metalliche del regno, e forse nella più abbondante. Vi si trovano perciò in varie regioni dei minerali, e apparisce, che gli antichi ne ricavavano più frutto dei moderni: esiste infatti gran numero di miniere in Montevecchio, in Sa-Tella, in Arriu-manno, in Suingutossu, in Genna-Mari, dove l’Arbese si attacca ai territori di Flumini-majore, ed in Zurufusu, dove veggonsi enormi ammassi di materie metalliche.

Ad ogni parte di questo territorio montuoso e selvoso sgorgano le acque, dalle quali formansi o si ingrossano parecchi ruscelli. Il principale fra questi è il denominato dess’acqua frida. Nasce dalla montagna di Monte-majore, bagna il territorio di Canali-Canna, di Zappajòni, e Piscina, e per la confluenza di numerosi rivoli gonfiasi di maniera, che d’inverno è vietato, mancando i ponti, il passaggio da una ad altra sponda, e rotta la comunicazione. In tutto il suo corso abbonda di anguille assai pregiate, e nel sito detto s’Isca forma un piccol lago, dove, oltre questa specie, nuotano molte altre. L’acqua vi è profonda in vari punti da 18 a 20 metri, e sarebbe navigabile senza l’impedimento dei folti tamerigi e rovi, che sporgono dalle rive.

A distanza di 12 passi dal letto di questo lago entra l’acqua del mare. È questa un’ottima bevanda in tutta la lunghezza del canale, ed in molti siti potrebbesi derivare formando dei canali d’irrigazione, che feconderebbero spaziosi tratti di terreno: al presente se ne profitta solo per alcuni orti.

L’altro ruscello nasce da Gùttoro-Càmera, e, scorse alcune regioni, va in mare col nome di Bau-Mògoro. Le amenissime sue sponde domandano la mano industre del contadino per convertirsi in deliziosi giardini.

Il terzo ha origine dalle sorgenti del monte Arrio-Martino, il quale per molte confluenze va di passo in passo ingrossandosi sino al sito che dicesi Cuco, ove prende il nome di fiume, e forma col suo canale la linea di demarcazione tra l’Arbese, e le terre di Gonnos-Fanàdiga, sboccando poi nel mare nella maremma di Badu-arèna. Abbonda questo fiumicello, e pure i suoi tributari, di anguille e ottime trote; manca di ponte, è pericoloso a guadarsi, e le sue piene durando talvolta anche dodici giorni, onde per tanto tempo resta impedita la comunicazione.

Littorale. La parte occidentale di questo territorio bagnasi dal mare da sopra il porto di Flumini-majore, continuando verso all’imboccatura del golfo d’Oristano sino al sito detto Osu. Due tonnare erano in questo littorale, una in Perdas-albas già dimessa, l’altra è ancora in attività, ed è la conosciuta sotto il nome di Flumentorgiu. In questo mare si fa pure la pesca del corallo, delle alici, e sardelle.

In due diversi punti di questo littorale sorgono due torri armate, una nella regione di Santàdi, e l’altra in Porto-palma.

Nei tempi addietro vi frequentavano assai i barbareschi, e vi predavano uomini e bestiame; accaddero alcuni fatti d’arme onorevoli a questi paesani, dei quali non si è conservata che una semplice memoria.

Antichità. In questo territorio esistevano altre quattro popolazioni, le quali da molto sono mancate. Si ravvisano ancora le fondamenta degli edifizi nelle regioni denominate s. Sofia, Bidda-Erdi, Bidda-Sciatta, Bidda-Zei; le parrocchiali erano per la prima s. Sofia, per la seconda s. Stefano, per la terza…, per la quarta s. Nicolò. Il paese di Serru, di cui si è fatta menzione, è forse lo stesso, che or dalla chiesa di s. Sofia viene significato. Nel 1584 esso era ancora in piedi, e non avea sofferto i danni di quella invasione, di cui fu fatta menzione. Bidda-Zei pare sia stato residuo d’un’antica città. Sopra una rupe alta da 30 in 40 metri, in distanza di mezz’ora dal comune, veggonsi i residui d’un antico fabbricato, che pare fosse un castello. Nel monte oggi detto d’Arcuentu, e prima Erculentu, che sollevasi sopra tutti i circonvicini, appariscono ancora le rovine e gli avanzi dell’antico castello di Erculentu: vi è anco intatta una stanza a volta, e tre cisterne. L’estensione superficiale del piano della sommità del monte, in cui era il castello, sarà presso poco di ari 89.72.

Norachi. Nella regione di Pedras-albas vi sono alcuni norachi, tra i quali un solo considerevole.

Condizione del comune. Entra nella signoria di Monreale, feudo del marchese di Quirra. Per li dritti feudali vedi Monreale.